“Che sta succedendo?”

Per quanto si parli e straparli di emozioni, empatia, compassione, questa è una domanda che non facciamo mai!
Non la rivolgiamo a noi stessi perché dovremmo darci risposte e analizzarci e non vogliamo mai farlo.
Questa domanda è semplice eppure molto scomoda, la rivolgiamo raramente alle persone care, al partner, ai figli.
E non si tratta soltanto di lanciare una domanda al volo, tipo film americano: “Tutto bene?” “Yes. That’s ok!” E si va oltre…NO!

“Che sta succedendo?”

Implica un’attenzione reale nei confronti della persona alla quale si rivolge.
Vuol dire sedersi, respirare, prendersi il tempo necessario e chiedere senza accettare una risposta di circostanza.

Si è disposti a farlo?
Quanto coraggio ci vuole per tirare fuori la testa dalla sabbia?
Quanta umiltà bisogna mettere in campo per sentirsi rispondere cose che non si vorrebbero ascoltare?
Quanto si è disposti a mettersi in gioco ascoltando veramente l’altro?
E quanto si è disposti a cambiare?
Forse è meglio non chiedere, non sapere?

Sono queste le domande che dobbiamo rivolgerci.
Dobbiamo smettere di far finta che vada tutto bene.
Dobbiamo parlare e ascoltare, e dobbiamo farlo subito.
Non dimentichiamo che portiamo anche sulle spalle e nel cuore richieste inascoltate dei nostri genitori. Sofferenze nascoste e mai verbalizzate di madri, padri, nonni. Liberiamoci lasciando andare.
Prima che l’anima sofferente e inascoltata utilizzi il corpo per manifestare disagi troppo a lungo taciuti.